La riproducibilità secondo Benjamin – Gioco, (seconda) tecnica e antropologia a venire – Augusto Illuminati

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Di Augusto Illuminati

Il celebre testo sulla Riproducibilità è stato redatto da Benjamin in cinque diverse versioni tra il 1935 e il 1939 e ora se ne traduce l’inedita prima e più breve, grazie al benemerito lavoro editoriale e critico degli studiosi dell’Associazione italiana Walter Benjamin, nel volume Tecniche di esposizione. Walter Benjamin e la riproduzione dell’opera d’arte, a cura di Marina Montanelli e Massimo Palma, Quodlibet, 2016. Vi hanno contribuito, dando vita a un ciclo di seminari dedicati, Alessandra Campo, Fabrizio Desideri, Dario Gentili, Clemens-Carl Härle, Marina Montanelli, Massimo Palma, Andrea Pinotti, Mauro Ponzi, Franco Rella, Elena Tavani, Massimiliano Tomba e Francesco Valagussa.

Partiamo dalla Nota critico-filologica, curata da M. Montanelli e M. Palma (pp. 227-240), che fa il punto sulla distribuzione delle cinque stesure (quattro in tedesco e una in francese) e soprattutto della prima (qui tradotta per la prima volta), secondo la lezione critica del vol. 16° delle Werke und Nachlaß, 2013. Oltre a mettere ordine nella selva caotica delle molteplici traduzioni che si sono susseguite dopo la scadenza dei diritti d’autore, questa pubblicazione consente di offrire un panorama più completo del processo di costruzione dell’opera, in particolare della formazione dei concetti essenziali in una fase aurorale, priva di materiale citato e anche del riferimento all’analisi marxiana dei rapporti di produzione.

Fra i numerosi interventi, di cui non è possibile rendere conto in dettaglio, vorremmo segnalare per pertinenza e originalità i contributi di A. Pinotti e A. Campo, che suggeriscono trattarsi, prima ancora che di un saggio di estetica, della formulazione di una nuova antropologia politica mirante a contrastare la deriva fascista dell’estetizzazione della politica o a registrare le variazioni storiche degli stessi processi percettivi, introducendo i temi del Passagenwerk.

Anche M. Montanelli insiste sulla componente antropologica, partendo però da un filone diverso, quello dell’infanzia e del gioco in cui balena una chance rivoluzionaria complessiva, non solo limitata all’arte. Infatti, se una prima tecnica (comprese le raffigurazioni animali nelle caverne) mira a controllare la natura per magia ed esorcismo per garantire la presenza nel mondo, con l’avvento della riproducibilità tecnica e il passaggio dell’opera d’arte da valore cultuale a espositivo il baricentro dell’esperienza estetica si sposta dal polo dell’apparenza a quello del gioco. L’apparenza è lo schema dei procedimenti più o meno magici della prima tecnica, mentre il gioco è la riserva inesauribile della seconda. Il valore distruttivo del gioco rispetto alla tradizione cultuale è stato già riconosciuto, per esempio da Agamben, ma l’autrice fa un passo avanti e sostiene «la costruttività intrinseca del gioco infantile», in cui il bambino, povero di io ogni volta ripropone il da capo con una mimesi creativa e non immedesimativa: «il gioco e il giocattolo ci dicono che il primo montatore, prima ancora dell’artista politico e dello storico materialista, è il bambino» con la sua naturale capacità di combinare, assemblare, costruire, scomporre, distruggere (pp. 51-54).

Motivo ripreso e approfondito da M. De Palma a proposito dello Spielraum (distanza ludica) nello spazio cinematografico-fotografico e nella vita quotidiana, pp. 166 ss. Questo straordinario talento di combinazione della ripetizione e del nuovo fa pensare a un passo significativo della terza versione del Kunstwerk, opportunamente richiamato nel saggio di Desideri (p. 33): «Colui che imita rende apparente il proprio oggetto. Detto altrimenti gioca a essere quell’oggetto (er spielt die Sache)».

M. Tomba e D. Gentili additano quindi in quel mutamento antropologico, in particolare sul destino dell’individuo, il principale punto di dissenso fra Benjamin e i consoli della Scuola di Francoforte. Per il primo, «la produzione artistica e culturale tolta dalle mani del genio individuale e socializzata può diventare sia un fenomeno dell’istupidimento di massa sia una nuova forma di esperienza e di vita socializzata. Adorno puntò l’indice sul primo fenomeno. Benjamin tenne l’occhio sinistro sempre aperto sulla seconda possibilità». Per il secondo, la perdita dell’aura è il momento dirimente della crisi dell’arte cultuale, così che non l’arte (come voleva Horkheimer) ma la politica rivoluzionaria prende il posto della religione nel preservare l’utopia: essendo una techne è anche un’arte di governo, una prassi comunista attraverso la «seconda tecnica», con il rischio altrimenti di farsi catturare dal mercato (p. 144). Il regno francofortese della libertà si costituisce fuori dell’attività lavorativa e nell’autonomia dell’arte come fattore di resistenza alla società di massa, mentre Benjamin afferma «la possibilità di un’arte della cultura e della società di massa, che però sia politicizzata», sprigionando «quelle stesse energie di cui in misura crescente il mercato capitalistico si è andato appropriando» (p. 145).

L’ampio saggio di F. Desideri che apre la raccolta, già dallo stesso titolo, Dottrina della percezione e crisi della democrazia, indica infine con chiarezza un nesso che fa della caduta dell’aura una crisi dell’esperienza. L’estetizzazione della politica è l’esito diretto del cortocircuito fra due crisi, quella dell’immediatezza dell’aisthesis e quella della mediazione politica. Se, come si accenna in una nota alla terza e quinta versione, «le democrazie espongono l’uomo politico in modo immediato, nella sua persona, e precisamente lo espongo ai rappresentanti», e dunque il Parlamento è in qualche modo il suo pubblico, i nuovi mezzi di comunicazione a distanza svuotano il ruolo del Parlamento come quello del teatro, consentendo una comunicazione diretta con un pubblico più vasto di elettori e seguaci (pp. 24-33).

Cogliamo già l’intuizione di un declino della rappresentanza liberale a favore di una democrazia del pubblico o dell’audience – nei termini di un noto libro di B. Manin. Qui – sullo snodo fra percezione estetica, imitazione, gioco e apparenza – si combatte la sfida per la politicizzazione dell’arte e per il rigetto dell’estetizzazione fascista della politica. Anche il confuso dibattito sul populismo passa da queste parti.

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Recensione de “Il culto del capitale”

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Il culto del capitale
, che comprende una nuova traduzione del testo di Benjamin Kapitalismus als Religion e una quindicina di saggi dedicati a temi connessi, è il risultato di un lavoro comune svolto nel Seminario permanente di Studi benjaminiani (istituito dall’Associazione Walter Benjamin). Soprattutto la prima parte del testo (che oltre ai contributi dei curatori vede quelli di Massimiliano Tomba, Bruno Moroncini e Clemens-Carl Härle) è legata all’analisi del frammento benjaminiano e alla ricostruzione dei contesti storici e teorici nei quali esso si inserisce. Nella seconda parte del lavoro sono presentati testi (di Paolo Napoli, Massimo De Carolis, Roberto Ciccarelli e Alessandra Campo) che elaborano in maniera più autonoma alcune delle tematiche suggerite nello scritto di Benjamin, facendo emergere soprattutto la loro centralità per una comprensione critica del mondo attuale. Infine, la terza parte del libro (con testi di Luca Viglialoro, Sarah Scheinbenberger, Gabriele Guerra, Tamara Tagliacozzo, Massimo Palma, Giuseppe Massara) è dedicata all’analisi di incontri (reali o possibili) tra Benjamin e altri pensatori o poeti per lo più novecenteschi (ad esempio: Sorel, Bataille, Eliot, Pasolini).Alcune delle linee direttrici che segue Il culto del capitale erano state anticipate dal libro di Stimilli, Il debito del vivente. Ascesi e capitalismo (Quodlibet 2001), senza che ciò diminuisca l’interesse di questo studio collettivo ricco e approfondito. Nell’impossibilità di rendere conto in maniera dettagliata dei diversi contributi, ci limiteremo a segnalare alcune delle tematiche a nostro avviso più interessanti.

Innanzitutto, il confronto tra la prospettiva di Benjamin e quella di Max Weber e di Carl Schmitt. Con il primo, da cui evidentemente Kapitalismus und Religion trae (seppure in maniera critica) il suo spunto centrale, Benjamin condivide l’idea che all’origine del potere religioso dell’economia capitalistica non vi sia la teologia, ma la pratica dell’ascetismo cristiano. Con il secondo, Benjamin ha in comune, fra l’altro, la considerazione della colpa come nozione-limite del diritto, in questo assimilabile al forza con la quale la legge si impone. Per Benjamin la colpa (Schuld), esterna o liminare rispetto al potere politico, è tuttavia interna, nella forma del debito (Schulden), ad un potere economico che si presenta dunque come una modalità di dominio distinta dal potere statuale, ma forse addirittura più violenta (in quanto più sottilmente pervasiva) di quest’ultimo.

Uno dei punti più rilevanti è che il “portatore” della colpa, dunque l’indebitato nel quale si incarna la forma generatrice dal capitalismo, non è il vivente umano in generale, ma l’individuo vivente. Il potere religioso del capitale non si applica all’uomo generico o alla massa degli uomini, bensì a ogni singolo essere umano come tale. Il culto colpevolizzante e indebitante del capitale è anche, inseparabilmente, un culto individualizzante, il cui sintomo Benjamin identifica, con grande raffinatezza psicologica, in quella “malattia dello spirito proprio dell’epoca capitalistica” che sono le “preoccupazioni”. Queste ultime sono sintomo dell’individualizzazione perché “sorgono dall’angoscia per l’assenza di una via d’uscita che sia comunitaria e non individuale-materiale” (p. 11). Se questo è vero, la via d’uscita (dalle preoccupazioni e dal capitalismo) dovrà procedere – come spiega Gentili – “in senso inverso rispetto all’individualizzazione, alla frantumazione dell’inter-esse in interesse individuali”. In altre parole, “Benjamin non sta sostenendo soltanto la condivisibilità del debito. Egli sostiene soprattutto che, in sé, la vita in-comune è priva di colpa” (p. 67).

Questa necessaria inversione di rotta, questa Umkehr, viene messa da Benjamin in opposizione esplicita al potenziamento (Steigerung) che si suppone caratteristico dell’oltreuomo nietzschiano. La via d’uscita dal capitalismo non sta nel potenziamento dell’umano, ma, giusto all’opposto, nella politica come “adempimento dell’umanità non potenziata (ungesteigerten)” (p. 68). La nozione di Umkehr, come viene suggerito da Härle nel suo testo, torna sotto la penna di Benjamin nel saggio su Kafka, dove si afferma che essa consiste nella “direzione dello studio che trasforma la vita in scrittura”, dove lo studio, “poiché non si oggettiva in alcuna cosa né in alcun prodotto – commenta Härle – si riassume nella semplice intensità del suo gesto” (p. 103).

Il nesso tra l’inversione di rotta rispetto all’individualizzazione e il culto capitalistico che fa pesare sull’individuo il destino di una colpa inespiabile, di un debito infinito, spiega forse l’accenno di Benjamin al fatto che “la teoria freudiana appartiene al dominio sacerdotale di questo culto” (p. 10). Il culto del capitale sorvola discretamente questo punto, che sarebbe stato utile mettere in relazione con la considerazione benjaminiana di una nozione di carattere opposta all’idea di destino.

Varrebbe la pena approfondire l’idea che una via d’uscita dalla colpa costitutiva del destino individuale non si trovi nell’immagine di un rimosso come “capitale che grava di interessi l’inferno dell’inconscio” (immagine che, semmai, ribadisce la costituzione di un’individualità colpevole), non, dunque, nella psicanalisi, ma piuttosto in quella “sublimità della commedia di carattere” che risiede nell’affermazione di una certa “anonimità dell’uomo e della sua moralità, pur mentre l’individuo si dispiega al massimo nell’unicità del suo tratto caratteristico” (Destino e carattere).

Il culto del capitale mostra nella maniera più chiara sino a che punto, per invertire la rotta del capitalismo attuale, le pratiche volte a rimuovere il peso economico del debito non possano non affrontare il problema dell’eliminazione del fardello antropologico della colpa.

Paolo Godani «Alfabeta2» 06-12-2014

Riferimento opera

Dario Gentili, Mauro Ponzi, Elettra Stimilli

vedi scheda libro Il culto del capitale

Walter Benjamin: capitalismo e religione